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Fede, storia e tradizione nella città di Maiori

San Vincenzo Ferrer, protettore contro i terremoti e simbolo della devozione maiorese

A Maiori il culto di San Vincenzo Ferrer affonda le radici nel terremoto del 1731 che risparmiò il convento dei Domenicani. Da allora, la sua figura è venerata come protettore del convento e della comunità, con processioni, reliquie e una devozione popolare che ha resistito nei secoli

Inserito da (Admin), sabato 5 aprile 2025 16:35:02

di Enzo di Martino

Oggi 5 Aprile, la Chiesa fa memoria di San Vincenzo Ferrer (1350-1419), predicatore appartenente all'Ordine Domenicano, uno dei santi più venerati nel Meridione, in particolare a Maiori nella chiesa di San Domenico dove sono presenti un altare e una statua del Santo. Scopriamo, quindi, com'è nata la devozione dei maioresi verso questo grande santo.

Il 20 marzo 1731, la città di Foggia venne svegliata da un terremoto. La scossa fu così violenta che in un istante la maggior parte degli edifici crollarono, schiacciando sotto le loro macerie molte persone. Il terrore durò per cinque minuti e dopo un brevissimo lasso di tempo, la terra tornò a tremare con la stessa intensità. Dopo un'ora la terra tremò di nuovo.

Sul far del giorno la città offriva un triste scenario di macerie e morte mentre i primi soccorsi erano complicati dal forte soffiare di un vento freddissimo che ghiacciava le membra dei poveri sopravvissuti. Un terzo della città di Foggia fu rasa al suolo. Le altre costruzioni, gravemente lesionate, crollarono progressivamente a causa di un intenso sciame sismico (si contarono circa cinquanta eventi), che culminò con una nuova violenta scossa il 7 maggio. La campagna che circondava la città offriva uno spettacolo non meno infelice: caddero, infatti, tutte le case edificate nelle vigne e nelle masserie. Alla fine, su una popolazione stimata in quindicimila abitanti, si contarono circa mille vittime in città e duecento che perirono nelle campagne.

I sismologi storici hanno classificato l'intensità del sisma di Foggia intorno al 9°della scala Mercalli, corrispondente alla magnitudo 6.3: per avere un termine di paragone, basti pensare al terremoto che sconvolse l'Irpinia la sera del 23 novembre 1980, la cui intensità era corrispondente al 10° della scala Mercalli con una magnitudo stimata del 6.9. La scossa fu avvertita a Napoli e in Costa d'Amalfi, dove creò paura ma non si registrarono gravi danni.

A Maiori, tra gli edifici scampati alle conseguenze del terremoto, si segnalava l'imponente convento dei Domenicani, nato nel 1660. I padri, che avevano esercitato in principio il culto nell'antica chiesa di San Giovanni de Campulo, loro venduta dal Capitolo della Collegiata nel 1661, essendosi resa inadeguata all'afflusso di persone devote della Madonna del Rosario, nel 1701 avevano iniziato la costruzione di una nuova chiesa, più ampia e bella. Quando si verificò il terremoto la chiesa era quasi del tutto ultimata e non subì alcuna conseguenza. I padri del convento attribuirono a un celeste patrocinio lo scampato pericolo e vollero pubblicamente rendere grazie a chi ritenevano loro avvocato: S. Vincenzo Ferrer (‘O Munacone del popolo napoletano). Occorre spiegare che, per aver salvato dalla morte un capomastro caduto da un'impalcatura, mantenendolo sospeso a mezz'aria in attesa del permesso del suo Superiore per eseguire il miracolo, S. Vincenzo era venerato come patrono dai muratori e dei costruttori. S. Vincenzo è solitamente rappresentato tra nuvole ed angeli, con l'indice della mano destra levato, a voler simboleggiare l'atto della predicazione; con gli attributi dell'angelo dell'Apocalisse (ali, tromba e fiammella sulla fronte, segno della presenza dello Spirito Santo) e reggente con la mano sinistra un libro aperto (emblema della sua capacità oratoria), sulle cui pagine a grandi caratteri è scritto in latino:"Timete Deum et date illi honorem quia venit hora judicii eius" (Temete Dio, rendeteGli onore, perché il giorno del Suo giudizio è vicino), proprio perché associato all'Apocalisse e agli edili, artefici principali di ogni ricostruzione, la sua intercessione era anche invocata contro i terremoti.

Il 5 aprile 1731, due settimane dopo il terremoto, una processione percorreva le stradine che circondavano il convento: i padri recavano un astuccio argenteo e un quadro di S. Vincenzo. Giunta la processione nella chiesa di San Domenico, e deposti quadro e astuccio presso lato destro della navata, il notaio Venosi prese nota della determinazione di tre domenicani, rappresentanti il vertice della famiglia religiosa ospitata dal convento, i quali dichiararono di voler edificare in detta chiesa un nuovo altare con quadro raffigurante S. Vincenzo. Poco dopo i padri Domenicani chiesero e ottennero una reliquia del Santo inserita in un reliquiario d'argento.

Il culto per San Vincenzo, protettore del convento e della chiesa, fu sempre caro ai padri domenicani di Maiori, che per promuoverlo fecero realizzare anche una statua «a mezzo fusto», portata in processione in occasione delle ricorrenze legate al santo: l'uscita del santo, in aprile e in luglio, faceva accorrere molta gente, segno della grande venerazione popolare. Una devozione radicatissima nel cuore dei maioresi, destinata a sopravvivere alla soppressione del convento dei padri predicatori, nel settembre 1809. La chiesa del loro convento, infatti, nell'agosto del 1811, per decisione di re Gioacchino Murat, fu destinata ad essere «coadiutrice della parrocchia» di S. Maria a Mare, restando così aperta al culto senza disperdere il patrimonio di pietà che in un secolo e mezzo di intensa attività i domenicani avevano saputo sapientemente creare e costituiva il più prezioso lascito alla comunità che per tanto tempo avevano servito.

(Tratto da "Vita Cristiana di Maiori" n°3-4 2014).

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