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Scala, dopo 29 anni riecco la Mitra: in Duomo l’orgoglio di un passato glorioso /FOTO

Inserito da (redazionelda), domenica 3 aprile 2016 12:16:32

Straordinaria partecipazione popolare ieri a Scala in occasione della presentazione dei restauri del gruppo scultoreo del Santissimo Crocifisso e dell'inaugurazione della nuova piazzetta San Lorenzo. Per l'occasione è stata mostrata al pubblico la preziosa mitra vescovile, dono di re Carlo I d'Angiò nel 1270, un capolavoro dell'oreficeria medievale. Portata dai carabinieri della stazione di Ravello dal luogo in cui è conservata, l'opera è stata esposta dietro l'altare maggiore del Duomo di San Lorenzo a partire dalle 17 e 30.

 

Sono stati numerosissimi gli Scalesi e altre persone giunte dai paesi limitrofi che non hanno voluto perdere l'appuntamento con la storia e scattare foto con i propri smartphone. La mitra, infatti, non veniva esposta al pubblico da ben 29 anni e in molti non l'avevano mai vista dal vivo. Era il 10 agosto del 1987, giorno della festa patronale, quando il vescovo titolare di Scala, l'australiano George Pett, fresco di nomina, addirittura la indossò. Poi gli attenti restauri (perle e gemme stavano per staccarsi gradualmente). Una vera e propria opera d'arte, di pregevole fattura, è realizzata con gemme e pietre preziosissime, il simbolo del prestigio della Città di Scala e del suo Vescovado in età medievale. Fu il sovrano in persona ad omaggiare la Città dopo aver sconfitto i saraceni nel giorno della festa del Santo patrono.

 

Le cronache ci riportano al 1270, alla notte del 9 agosto, vigilia di San Lorenzo, allorquando le flotte angioine, cui si erano uniti i navigli amalfitani, furono sorprese in mare aperto dapprima da una violenta tempesta e successivamente da un attacco saraceno. In quei momenti concitati i naviganti, memori della solennità che Scala avrebbe celebrato nella giornata seguente, si affidarono alla potente intercessione del santo levita e furono esauditi. Una meravigliosa mitra, portata in dono al patrono della Civitas Scalensis dal re Carlo d'Angiò, avrebbe ricordato per sempre il prodigioso evento.

 

Ieri mattina il parroco, padre Vincenzo Loiodice, consultato il Coniglio pastorale, il sindaco Luigi Mansi e il comandante della Compagnia dei Carabinieri di Amalfi, Roberto Martina, ha dato il via libera all'esposizione in via del tutto eccezionale. Proprio in virtù del suo incommensurabile valore, ha fatto parte del Tesoro di San Gennaro esposto a Napoli dal gennaio del 2015.

La Mitra vescovile è il simbolo del tesoro sacro del Duomo di Scala, composto da arredi pontificali, icone, reliquiari, calici d'argento. Dopo l'evento di ieri si è cominciato a ragionare sulla possibilità di esporre in via permanente la preziosa mitra, uno dei simboli della grandezza della Città di Scala in età medievale.

Sarà necessario garantire la massima sicurezza, attraverso sistemi all'avanguardia. L'opera, ioltre necessita di essere collocata all'interno di una teca in vetro antisfondamento e climatizzata in maniera tale che la temperatura interna resti costante così da non permettere il precoce deterioramento delle sete e degli elementi che la compongono.

 

LA MITRA VESCOVILE DI SCALA

(tratto dal volume "Scala, un centro amalfitano di civiltà" di Mons. Cesario d'Amato, 1975)

La Cattedrale possiede una mitra vescovile della quale non pochi studiosi si sono occupati. Come essa sia pervenuta a Scala è raccontato dalla tradizione che troviamo consegnata allo scritto nella preziosa e inedita cronaca manoscritta intitolata «Minori trionfante». Il racconto è riferito come narrato da Mons. Benni Vescovo di Scala e Ravello (dal 1598 al 1617). Ci dispiace non poterlo riferire per intero nel suo garbato italiano di tre secoli fa. Lo riassumiamo.

Gente di Amalfi si armarono l'anno 1270 per seguire il loro Re (Carlo I d'Angiò) il quale con un corpo di spedizione partì da Napoli per «congiungersi di rinforzo al suo Germano Luigi il Magno e Santo (cioè S. Luigi IX Re di Francia), il quale contro i nemici della nostra fede combatteva a tutto potere». Dopo alcuni giorni di navigazione, la notte prima della festa di S. Lorenzo, si scatenò una tempesta tanto terribile che gli stessi marinai altro non s'aspettavano «che un sepolcro d'acque, un avello d'onde marine. Si ricordarono allora i misteri della sollennità ventura, che solevasi celebrare nella convicina Città Scalese» e si raccomandarono al Santo Diacono.

La tempesta si calmò, ma ecco avvicinarsi una formidabile flotta e «in un baleno li furono addosso quei negri Demoni. S'ingaggiò battaglia e fu «horrenda mischia». S'invocò ancora S. Lorenzo, e il vento sin'allora favorevole ai Saraceni si voltò a favorire i napoletani i quali riuscirono a vincere la battaglia. S'intesero allora ancor più grati al Santo e un certo Signor Franco al ritorno in patria fu incaricato dal Re di portare in dono al protettore di Scala una «ricchissima e meravigliosissimamitra e Sante Reliquie» mentre altri inviavano targhe o ex voto da «sospendere al Sacrato Tempio in pagamento di voto». I reduci amalfitani col Sig. Franco approdarono a Minori, dove villeggiavano diversi signori amalfitani i quali corsero a vedere i doni regali. Due signore della famiglia Sannella condussero i reduci nelle loro case perché si riposassero, in attesa che da Scala scendessero «le Sagre Compagnie a ricevere per il Glorioso Santo gli accennati Tesori». Questa dunque la tradizione, rimasta viva sino a oggi. L'anno 1270 corrisponde alla seconda spedizione di S. Luigi IX contro i Saraceni di Tunisi, dove morì. A questa spedizione, come risulta dai Registri di Carlo I, gli Amalfitani parteciparono con quattro teridi o galeotte, ognuna equipaggiata di sei ufficiali e cento marinai. ùùNon abbiamo notizia di una tempesta nell'andata della flotta verso Tunisi, ma piuttosto al ritorno, davanti Trapani avvenuta nel mese di novembre. Tuttavia le cronache da noi consultate sono assai sommarie, una tempresta e scontro con saraceni non possono considerarsi improbabili nel mese di agosto e non sarebbe giusto rifiutare in blocco una tradizione documentata da quattro secoli almeno. D'altronde la mitra è tanto sontuosa che solo un re poteva donarla, tanto più che Scala nel sec. XIII era già molto decaduta.

Tutti gli inventari della Cattedrale giunti sino a noi elencano tra gli arredi la mitra e con essa la sua custodia: «la cascis»probabilmente della stessa epoca, la quale doveva essere degna del cimelio in essa conservato, ma che nel 1581 era «destructa». Ora è sparita. Già da quell'anno è notato che «mancano alcune pietre et parte di crucette et perle» inoltre era conservato «uno pennente rotto de la sopra dicta mitra antiqua».

Nel 1596 la mitra era collocata in una «cascia nova» mentre la «cascia vecchia» conteneva un'altra mitra d'oro falso. E' ancora elencato il «pennente rotto» e confermato che «a detta mitra antiqua mancano alcune perle et prete». Come non bastasse, abbiamo ancora un'altra notizia spiacevole: nel libro dei Verbali del Capitolo Cattedrale in data 15 Febbraio 1778 viene amaramente notato: «sappiamo tutti quello che seguì gli anni scorsi, che furono levate molte perle preziose dalla mitra di questa cattedrale che si conservava sotto chiavi etc. » .

L'esame conferma che la mitra non ci è giunta nel suo aspetto originale. Il «pennente rotto» potrebbe essere una delle due bande che pendono dal lato posteriore, le «crucette» forse erano vere croci in oro e smalto poste dove ora si vedono gli stemmi di Scala. Si potrebbe fare un'altra supposizione: giacché troviamo elencate tra gli arredi preziosi «due fimbrie con tre immagini lavorate d'argento e fimbrie» oppure «vimpe» è il termine tecnico per designare le due bande posteriori delle mitre prelatizie, si potrebbe dedurre che queste due fossero della mitra in parola e il «pendente» in origine fosse invece un pennacchietto di oro e perle inalberato sul vertice della stessa mitra, come pur si usava e in Amalfi stessa se ne vedeva uno su una magnifica mitra ancora conservata, e che risale alla stessa epoca di quella scalese.

Anche se rifatta e mutilata la nostra infula è meravigliosa. La parte più interessante è costituita dalle formelle d'oro e smalti. Sono in tutti trenta. Quattro grandi negli spazi maggiori a forma di losanghe raffigurano i Serafini a sei ali, quattro piccole più in alto i Cherubini, ma una di queste è stata sostituita con un S. Francesco di fattura molto mediocre. Con le restanti si disegnano sulle due facce le croci a tau rovesciato, tipica ornamentazione delle mitre antiche, note come ornamento in titulo et in rirculo; «titolo» è la lista perpendicolare, «circolo» quella orizzontale. I medaglioni sono sette neltitulus, quattro nel circulus. Ognuno porta abbreviato il nome del personaggio raffigurato, in lingua latina. Ne diamo l'elenco, anche se non di tutti l'identificazione è sicura: Nel lato anteriore dell'alto in basso: Lo Spirito Santo, S. Paolo, S. Giovanni, (Battista?) S. Matteo, S. Giacomo, S. Lorenzo. Nel circulus: S. Agata, S. Teodoro, S. Bartolomeo, La SS. Vergine. Dal lato opposto, Cristo benedicente, la SS. Vergine (Queste due hanno la sigla in greco, ma stranamente alterata), S. Giovanni (Evangelista?). S. Luigi X, S. Martino (?), seguono due altri apostoli; e nel circulus quattro di difficile interpretazione: un santo giovane, un vescovo di rito greco, S. Marco (?), S. Luca (?). Le sigle latine dimostrano che sono state eseguite in Italia. Tutto lo spazio restante è sfarzosamente decorato. Sul fondo di seta rosso-granata si designano cornici, rameggi, rosette. Sono molte centinaia di perle, che variamente si disposano a coralli e laminette d'oro, o piccoli bottoncini pure d'oro con finissimi fregi a smalto.

Originale e graziosa l'ornamentazione al margine delle due punte della mitra, formata da ghiande d'oro a filigrana. Come non bastasse tanto sfarzo, ben 82 grosse gemme incastonate in oro sono sparse per tutto l'arredo, che ai vertici esterni splende con due grossissimi smeraldi.

L'esame critico e paragoni da noi fatti ci hanno fatto ritenere che le formelle, almeno, sono anteriori alla formazione della mitra e forse risalgono al periodo della dominazione Sveva. L'osservazione avanzata da alcuni studiosi che la formella rappresentante S. Luigi IX non può essere anteriore alla sua canonizzazione, avvenuta l'anno 1297, non importa che tutte le altre siano di questo tempo. La formella può averne sostituita un'altra. La cosa è tanto più probabile perché pur essendo presenti i Santi Protettori di Scala, S. Lorenzo e S. Agata mancano S. Caterina e S. Teodoro e, caso ancor più indicativo, vi sono vari apostoli e manca proprio S. Pietro, il primo di essi, la Madonna poi appare 2 volte e la 2° in posto marginale. Almeno lo smalto di S. Luigi, e quello di S. Francesco, furono probabilmente eseguiti in Costiera. E' noto infatti che orafi amalfitani lavoravano in Napoli e Amalfi stessa.

L'apposizione di S. Luigi volle essere un omaggio al donatore, perché Carlo I era suo fratello. Del resto il Pansa afferma nelle sue memorie che dall'archivio del dottor Marcello Bonito († 1717) risultava che la mitra fu restaurata nel 1413. A questa epoca potrebbe risalire l'attuale forma dei ricami in perle, simili a quella della mitra di Halberstadt (Germania) e di un'altra, «detta di S. Isidoro» conservata a Bologna. Questa seconda« opera meridionale e angioina del sec. XIV».

Gli stemmi del Comune li crederei apposti dopo la manomissione denunciata dai Canonici l'anno 1778, e ciò volle essere affermazione di proprietà da parte del comune contro i Vescovi e i Canonici, o protesta per la sparizione di perle e gemme. Questa mitra fu usata l'ultima volta e solo nell'atto della benedizione papale l'anno 1908 per il Centenario dell'arrivo del Corpo di S. Andrea ad Amalfi.

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