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[L’INTERVISTA] Peppe Barra si racconta a Minori: «Il teatro è specchio vero della vita. Io vado avanti con ironia e follia»

Inserito da (redazionelda), sabato 22 settembre 2018 13:12:24

di Miriam Bella

Follia: sembra essere questa la parola chiave, il filo conduttore di una vita trascorsa sulle tavole di un palcoscenico.

Peppe Barra, figlio d'arte di Concetta e Giulio, nasce a Roma e cresce a Procida, isola napoletana, respirando sin dall'infanzia l'odore dell'arte, da cui resta inebriato.

Attore e cantante, riceve nel 2014 un Master Honoris Causa in "Letteratura, scrittura e critica teatrale" dall'Università "Federico II" di Napoli, per aver "portato la cultura della tradizionale locale in una dimensione internazionale."

Il trentuno agosto, a distanza di ventun'anni dal conferimento della cittadinanza onoraria per iniziativa della Gusta Minori Corporation, incontro l'istrionico Barra a Minori, nei resti di una Villa Romana, durante il sound check del memorabile concerto del 31 agosto scorso.

Di domande da porgli ne raccolgo da quando avevo più o meno quattordici anni e, se da un lato il mio ruolo in questo contesto mi impone di fare una cernita che avrei preferito evitare, dall'altro compensa la gioia di un momento che mai e poi mai avrei immaginato potesse accadere.

Maestro, lei ha contribuito in maniera determinante al successo de "La gatta Cenerentola", opera del 1976, scritta da Roberto De Simone con La Nuova Compagnia di Canto Popolare e ispirata a "Lu cuntu de li cunti" del 1600 di Gianbattista Basile. In quello spettacolo lei era protagonista nelle vesti della matrigna, ruolo che ha personalmente contribuito ad arricchire, attraverso le sue conoscenze e le ricerche sui riti popolari.

A conti fatti, sente di aver dato o ricevuto di più da "La gatta Cenerentola"?

Credo sia stato uno scambio costante e continuo.

La Nuova Compagnia di Canto Popolare esisteva dal 1967, Roberto (De Simone ndr) aveva già ampiamente analizzato e studiato il mondo popolare, tutto questo lavoro doveva per forza, quasi per una naturale evoluzione, sfociare in uno spettacolo importante come "La gatta Cenerentola"; uno dei più importanti di quegli anni, a dire il vero, forse di tutto un periodo, perché dopo "Carosello Napoletano", un grande musical del 1950 che girò il mondo, passarono più di venticinque anni prima che la "Gatta" arrivasse.

Poi, non se ne comprende la ragione, questo spettacolo, la cui prima fu peraltro accolta con enorme successo al Festival dei Due Mondi di Spoleto, non è più stato rifatto. Cioè, è stato rimesso in scena da un'altra compagnia, ma non si può certo dire che sia la stessa "Gatta Cenerentola".

Al di là di tutto, quello riproposto può essere uno spettacolo di ottima qualità, può piacere, ma non è paragonabile alla nostra prima edizione: è lo stesso De Simone ad ammetterlo.

E della nostra purtroppo non è rimasta traccia video, ad eccezione di una registrazione del terzo atto, effettuata dal telegiornale dell'epoca proprio in occasione del Festival di Spoleto.

Da quarant'anni, invece, mette in scena "La cantata dei pastori". Fra suoi meriti c'è quindi anche quello di aver fatto sopravvivere al tempo e alle mode un'opera di oltre tre secoli fa, apportando modifiche ai testi, così da attualizzarli, senza però mai snaturarla.

Sono circa diecimila gli spettatori che ogni anni vengono a Napoli ad assistere alla rappresentazione teatrale, ma cosa direbbe, invece, a chi ancora non l'ha fatto: perché chi viene a Napoli dovrebbe vedere "La cantata dei pastori"?

Perché si viene a Napoli e si visita il Museo Archeologico? Perché si sale sul Vesuvio o si va agli scavi di Pompei?

Per lo stesso motivo si dovrebbe vedere anche "La cantata dei pastori", perché fa parte di una grande fetta di storia napoletana, una fetta estremamente significativa.

Lei ebbe nel 1995 l'incarico di reinterpretare in lingua napoletana "Bocca di rosa", celebre brano di Fabrizio De Andrè. Le va di raccontarci del rapporto con lui?

Il rapporto con Fabrizio fu fugace ma allo stesso tempo assai intenso, ci sentimmo telefonicamente e trovai fosse stato molto carino a telefonarmi lui personalmente.

Mi propose di scegliere un brano fra i suoi, da inserire poi nella raccolta "Canti randagi"; mi disse che avrei potuto prendere quello che più mi piaceva e tradurlo.

Della traduzione, che risulta geniale, chiesi in verità di occuparsene a Vincenzo Salemme, eccellente scrittore. Io reinterpretai quindi il nuovo testo a mio modo e, devo dire senza falsa modestia, venne fuori proprio una cosa bella. Tant'è che De Andrè disse che ormai "Bocca di rosa" non era più sua, ma mia e in qualche modo, sai, forse aveva ragione. Nel senso che sono due brani diversi: uno, il primo e meraviglioso, è senza dubbio suo; l'altro, allo stesso modo, è mio.

Lei ha interpretato anche "Lo shampoo" di Giorgio Gaber.

Che cosa ha accomunato e accomuna due artisti all'apparenza così differenti come lei e Gaber?

Guardi, una cosa su tutte unisce me e Giorgio Gaber: la follia.

Gaber, come me, era un istrione, un affabulatore, un artista seduttore del teatro. Lui seduceva con la voce, con la sua bella dizione, con la presenza scenica importante, anche questi sono aspetti che ci avvicinano.

Io e lui ci siamo conosciuti quando già era Giorgio Gaber ed io ero Peppe Barra: lui venne ad un mio concerto, io andai ad assistere ad alcuni dei suoi spettacoli e così scoprimmo di avere idee e gusti affini. Le cose di Giorgio (Gaber ndr) che più apprezzavo erano l'ironia estrema, aspetto in comune, e la preparazione politica.

E perché, fra i tanti, ha scelto di reinterpretare "Lo shampoo" come unico brano?

Perché l'ho trovato il più folle, il più ironico e poi, a dire il vero, l'originale ha anche una leggera connotazione politica. Nella mia interpretazione, però, non ho conservato quest'ultima caratteristica: ho scelto di farne una versione totalmente folle.

Lo abbiamo visto e apprezzato in "Napoli Velata", diretto da Ferzan Ozpetek, in cui si mostra una Napoli misteriosa, attraente, ma anche pericolosa, un po' come tutte le cose che seducono. Ma che cos'è Napoli per lei?

Napoli per me è tutto. Napoli è mia madre (l'attrice e cantante Concetta Barra ndr), sono i miei ricordi; Napoli è la mia fanciullezza, la mia adolescenza. Il mare, il sole, le malinconie, le tristezze, le gioie, la follia.

Napoli è tutto: se non avessi avuto Napoli quasi sicuramente non sarei stato Peppe Barra.

Quasi sicuramente anche Napoli non sarebbe quella che è se non avesse avuto Lei.

Mah, io dico sempre che sono i napoletani ad essere dei privilegiati, soprattutto quelli della mia età, che hanno una "certa" età - ride - perché sono a cavallo di due secoli.

Io ho vissuto il novecento, sto vivendo il duemila, ma ho visto anche l'ottocento, attraverso i racconti dei miei nonni e quelli di mia madre. Ed è un privilegio aver potuto vivere Napoli in questo modo, una Napoli incontaminata, ancora immune dal malessere attuale. Mi riferisco a "Gomorra", ai graffiti che deturpano i monumenti, alla violenza, al gusto del cattivo gusto. Sì, anche quando ero ragazzo tutto questo esisteva, ma non era così evidente e non faceva così paura.

Ha citato "Gomorra". A questo punto devo chiederle cosa ne pensa, sia della fiction che del libro di Roberto Saviano a cui è ispirata.

Allora, il libro l'ho apprezzato molto, perché è una denuncia, perché svela una verità. Fino a che punto dovesse essere svelata non lo so, perché non so fino a quanto sia stato pericoloso svelarla.

Sia chiaro, tutto c'è e fa paura e fa parte di un momento storico, di un'epoca, perciò non lo si può negare o fingere di non vedere. Dico solo che certe cose bisognerebbe maneggiarle con cautela, per evitare di condizionare e danneggiare i più giovani.

Io penso che il libro "Gomorra" vada letto; volendo andrebbe bene anche l'omonima riproduzione cinematografica, ma tanto sarebbe dovuto bastare per informare.

La serie TV ha invece, a mio avviso, reso ridondanti immagini violente e questa stessa ridondanza ha fatto sì che, agli occhi dei ragazzi, il camorrista, il delinquente, l'assassino diventassero modelli eroici, col rischio concreto dell'emulazione.

Perché le menti giovani sono come una cera vergine, tutto quello che vedono si imprime e in questo caso l'impressione è negativa e noi come società non dovremmo permetterlo.

C'è chi dice che il teatro sia passione, Eduardo De Filippo diceva che era "gelo". Cosa è per lei, che del Teatro contribuisce a scrivere la storia?

È chiaro che ciascuno di noi vive il teatro in maniera diversa. Lo spettatore passivamente, perché lo vede, gli arriva, si diverte o si commuove, si emoziona insomma.

Il teatro per me è vita, allegria, il teatro mi aiuta a vivere. Se non avessi il teatro forse non sarei la persona piena di gioia che sono; il teatro è uno specchio vero, anche se è finzione: è lo specchio della vita e della società in cui viviamo.

Durante la nostra chiacchierata abbiamo fatto cenno più volte all'ironia e alla follia? Quanto sono importanti per lei, nella vita come sulla scena?

Io sono la persona che più di tutte ama il teatro della follia. Nel teatro c'è, ci deve essere la follia, perché il teatro se lo prendi sul serio, come una cosa che si deve fare, allora non va bene.

Il teatro è anche e soprattutto divertimento. Per comunicare con il pubblico, per divertire il pubblico, ti devi divertire prima tu.

A me non sono mai piaciuti gli attori che prendono il teatro troppo seriamente: il teatro va preso come la vita e la vita non va presa seriamente, va vissuta.

E Lei, Lei come si prende?

Io mi prendo con allegria, con ironia e con follia, per forza e per sopravvivenza.

In questo mondo, così tenebroso e pieno di paure e di angosce, vado avanti con l'ironia, con la follia e, perché no, anche con sprazzi estemporanei di gioia.

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