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Attualità

[L'INTERVISTA] Andrea Iacomini (Unicef): «E’ giusto che bambini nati e cresciuti in Italia da genitori stranieri siano italiani»

Inserito da (redazionelda), domenica 30 settembre 2018 12:56:25

di Miriam Bella

"Parole e gesti di pace", questo il tema della diciassettesima edizione, svoltasi l'otto di questo mese, di "Scala incontra New York", l'evento nato per volere di Padre Enzo Fortunato, direttore della Sala Stampa del Sacro Convento di Assisi, con lo scopo di commemorare le vittime dell'undici settembre del 2001.

In questa circostanza, fra i tanti ospiti dell'arte e della cultura nazionali e internazionali giunti nella più antica delle città costiere, incontriamo Andrea Iacomini, quarantaquattro anni, romano, giornalista e portavoce del Comitato Italiano per l'UNICEF.

Dopo aver ascoltato il suo contributo al dibattito, durante il talk pubblico organizzato per l'occasione, in cui ogni partecipante aveva il compito di scegliere una parola per ricordare l'attentato di New York, chiediamo ad Andrea di fare con noi il punto della situazione, provando a riassumere gli aspetti salienti di quanto detto fino a quel momento.

Quel che però Iacomini ci dona, inaspettatamente, è un viaggio, coinvolgente e stimolante, che parte dagli argomenti del giorno e attraversa il suo mondo, fatto di bimbi figli di guerre che sognano pace.

Andrea risponde alle domande con la passione di fiume in piena e le sue risposte sono la corrente, a cui chi ascolta non può sfuggire.

"Parole di pace", dunque, Andrea. Ti va di partire da quelle che oggi ti sono rimaste impresse?

Vorrei cominciare da alcune delle parole finali, se me lo permetti, perché questa giornata, nata per ricordare quello che forse è il peggior evento della storia causato dall'odio, si è chiusa con due testimonianze di particolare rilevanza: la prima a cui mi riferisco è di un testimone oculare dell'undici settembre, che oggi ha condiviso con noi la sua esperienza, trasmettendoci le emozioni e i sentimenti, segni che quella tragedia gli ha inevitabilmente lasciato addosso. E a ben pensarci, i sentimenti, sono stati quelli il vero filo conduttore; non soltanto parole, ma persone, ciascuna con il proprio vissuto e il proprio stato d'animo.

Venendo, invece, alla seconda testimonianza, quella di Oleg Mandic, l'ultimo bambino che ha lasciato Auschwitz, ci troviamo di fronte ad un evento parallelo, se così lo si può definire. Uso questo aggettivo perché quel campo di sterminio pur portando in sé l'essenza stessa di questo sentimento negativo, non rappresenta un odio episodico, come può essere quello dietro l'attentato di New York, bensì uno apparentemente meno violento nel manifestarsi, ma più duraturo e che, come sappiamo, ha procurato la morte di due milioni di persone.

Oleg Mandic ci ha raccontato la sua esperienza, un'esperienza straordinaria, e ha fatto una delle dichiarazioni più toccanti, a mio avviso, della giornata, quando ha invitato i ragazzi a non odiare.

L'odio, anche questo è stato uno dei temi della nostra chiacchierata, di questo bellissimo confronto a cui ho avuto l'onore e il piacere di partecipare. A tal proposito sono state fatte molte riflessioni, da cui sono sorte altrettante idee per provare a mettergli un freno; c'è stato, per esempio, chi ha detto che l'odio non si ferma odiando ma, piuttosto, cercando di tendersi la mano.

Abbiamo ascoltato l'intervento di Giuseppe Giulietti, presidente della Federazione Nazionale della Stampa, che ha rimarcato il valore della memoria storica, fondamentale per comprendere i fenomeni del nostro tempo.

Poi, ancora, quelli di uomini tanto diversi quanto straordinari, come il fotografo Oliviero Toscani, che ha dato dell'undici settembre una lettura quasi iconografica, artistica e, a tratti, addirittura provocatoria; come il presidente della Corte Costituzionale, Giovanni Maria Flick, che ha espresso un concetto essenziale per me. Per me e per tutti noi operatori umanitari, che ci occupiamo di guerra e di pace, soprattutto di pace, e, nel mio caso specifico, di bambini; Flick ha, infatti, citato il detto latino secondo cui se vuoi la pace devi prepararti per la guerra ("Si vis pacem, para bellum" ndr), dicendo che invece è ormai tempo di opporci a questo concetto, perché è la pace che dobbiamo preparare, se è la pace che vogliamo.

Non sono mancate, inoltre, le idee "diverse" sull'undici settembre, le teorie alternative, espresse da Philippe Daverio nel suo intervento.

"È stato davvero un attacco premeditato di Bin Laden, oppure c'è una regia alle spalle, una mente superiore?"

Daverio si è limitato a qualche allusione, ma il suo è stato un discorso assai coinvolgente e suggestivo, conclusosi con la promessa che fra una trentina d'anni sapremo la verità o, comunque, qualcosa di più.

Al di là di questo, oggi a Scala ho trovato un contributo che manca al dibattito in Italia e sono felice, perché nonostante l'odio, per forza di cose, fosse una parola ricorrente, sono venute fuori delle bellissime storie di vita.

"Vita": è stata questa la parola chiave del tuo discorso.

Già, ho scelto la parola "vita" per parlare dell'attentato alle Twin Towers, perché ho voluto portare il racconto di due insegnanti che, quel giorno, hanno salvato dieci bimbi; dieci bimbi che erano già in una delle torri, nell'asilo del World Trade Center, figli di persone che lavoravano all'interno della struttura.

Pensa: queste due donne, due eroine, non erano ancora entrate e una portava con sé anche la propria figlia, ma sono andate dentro per salvare quei bambini, che chiedevano dei propri genitori, alcuni purtroppo mai ritornati. Vedi, anche considerando gli aspetti tragici della vicenda, questa è una storia di vita e io, che sono abituato a parlare di bambini che vivono la sofferenza, dalla Siria allo Yemen, dal Sud Sudan al Centro Africa, ai migranti, ritengo sia necessario raccontare la vita, affinché non prevalga la morte.

Dalla tua "Vita", vorrei ora tornare su Oleg Mandic, sull'ultimo bambino uscito dal campo di sterminio, e sulla sua parola che invece era "Odio".

Oleg ha detto di essersi accorto di sentirlo e, nel momento esatto in cui l'ha riconosciuto, ha scelto di non provarne più. Io credo che questo suo messaggio, che per il solo fatto di essere partito da lui acquista valore aggiunto, meriti di essere rilanciato anche da noi. Tu cosa ne pensi?

Penso che per prima cosa sia necessario un salto temporale di settant'anni, che ci trasporti da Oleg direttamente all'attualità.

Ho visitato ventisette campi profughi nel mondo, ho visto Paesi in guerra, Paesi che vivono situazioni di povertà, di fame e disperazione. In tutti questi luoghi ho incontrato bambini e ragazzi, perché è a questo che porta il mio lavoro, e sai che succede quando li guardi negli occhi?

Dai per scontato che nei loro sguardi debba esserci l'odio, come conseguenza per quello che hanno visto, pensiamo, fra tutti, a quelli siriani: immaginiamo che debba esserci la rabbia per la casa ridotta in macerie, per la cameretta che avevano e non hanno, per il giocattolo che è andato distrutto o per la gamba che hanno perso; per la sorellina o per il papà che non sono più tornati.

Invece, ti sembrerà strano, nei volti di questi bambini c'è la gioia di vivere, la resilienza, la forza di andare avanti, opponendosi, probabilmente, all'idea di vendicare un domani tutto quanto hanno subìto.

Se questi ragazzi sono così è certamente e in primo luogo merito di genitori straordinari, ma è anche grazie alle agenzie umanitarie, alle associazioni, alle persone che ogni giorno si impegnano in questa direzione. Perché l'odio avvelena l'animo di chi lo prova ed è un sentimento che, come ci insegna Mandic, non viene da fuori, non ce lo insegnano gli altri, ma è insito in chi subisce una violenza.

Chi perde una genitore o un figlio in una guerra è naturale che odi i responsabili di quel conflitto; se io perdessi mia madre in guerra, magari uccisa per mano di un dittatore o abusata sessualmente, come potrei non odiare chi riterrei colpevole?

Eppure, nei bambini che incontro ho visto soltanto il desiderio di pace, di chi vorrebbe lasciarsi tutto alle spalle e ricominciare, tornare a casa e mettere fine all'inferno vissuto.

Perciò il messaggio, racchiuso nelle parole di Mandic è straordinario, perché arriva dal bambino di Auschwitz, che è quello che soffre per antonomasia, ed è lui stesso oggi che ci ha implorato di non odiare.

Perché l'odio si sconfigge amando.

Oleg Mandic, dopo tutto ciò che ha sofferto, solo poche ore fa ha raccontato, con un rammarico che faceva tenerezza, di marachelle fatte a diciassette anni.

Cosa faceva? Quando individuava delle autovetture tedesche, ne prelevava le targhe e le lanciava in mare. Le targhe, non le autovetture.

Cioè, a pensarci fa quasi sorridere: Oleg avrebbe potuto fare di tutto, le avrebbe potute prendere e fracassare quelle macchine. Ciononostante, non appena si accorge che i suoi gesti erano dettati dall'odio, Mandic sceglie di interromperli: beh, io questo lo trovo meraviglioso.

Ed è un concetto, credo, che sì, merita di essere rilanciato e dovrebbe partire dalle nostre case, dal nostro quotidiano, perché oggi noi dobbiamo insegnare ai nostri figli anche a non odiare il compagno di scuola che ha fatto un atto di bullismo. È da qui, dalle piccole cose che dobbiamo partire, per crescere degli adulti capaci di amare il prossimo.

Amarsi, in fondo, è una sfida: amare le proprie compagne, le proprie mogli, i propri parenti, anche i propri colleghi di lavoro. Dobbiamo riuscire a fare questo per comprendere poi la parte di mondo, di esseri umani che ci è più distante.

Esseri umani, bambini, che noi abbiamo condannato, perché molte di quelle guerre, di quelle morti, di quella fame e di quella povertà che appaiono tanto lontane, le abbiamo create noi.

C'è chi dice sia un errore giudicarci "responsabili", ma come altro dovremmo definirci di fronte a una guerra che dura otto anni e diventa una guerra mondiale e non viene fermata, come quella siriana? Come altro potremmo chiamarci, quando il conflitto nello Yemen ha fatto già duemila bambini morti?

Come, se non "responsabili", quando continuamente vengono bombardate scuole e nessuno fa niente, oppure, più semplicemente, quando milioni di persone sono costretti a lasciare le proprie case per raggiungere i Paesi vicini, che non sono l'Italia, dove in confronto agli altri ne arrivano pochissimi, senza che nessuno si domandi il motivo reale.

Senza che ci si accorga di quanto, col fenomeno migratorio e con le guerre non risolte a cui ho fatto cenno prima, l'odio - tema che torna anche qui - si stia insinuando in un'Europa che non è più in grado di farvi fronte comune contro e questo è estremamente pericoloso.

Non è un caso, è giusto dirlo, che oggigiorno nel nostro Continente siano tornati, pur sotto forme diverse, i lager.

Sulla rotta mediterranea, dove muoiono migliaia di bambini in mare, mentre tendono in acqua una mano che noi non abbiamo preso - sono mille ogni anno - ; sulla rotta balcanica, dove camminano senza scarpe per chilometri e chilometri, con Paesi come l'Ungheria che alzano i muri, oppure nei centri di accoglienza in Libia: "lager" li ha definiti Papa Francesco, dove vengono violentati, dove assistono alle violenze che subiscono le madri.

In Africa abbiamo raccolto la testimonianza di mille bambini; ci hanno raccontato che per camminare verso il Nord del loro Continente sono soggetti a continue violenze, sessuali e psicologiche.

Ora, questa specie di mondo, che pensavamo di non vedere più dopo Auschwitz, ce lo troviamo clamorosamente di fronte ancora una volta.

Ecco, quella che non è stata detta durante il dibattito odierno è la parola "indifferenza" e mi dispiace, perché forse avrebbe meritato una comune riflessione.

Perché noi oggi ci stiamo girando dall'altra parte, ci sentiamo impotenti e allora lasciamo che forze negative prendano il sopravvento.

Ma quest'indifferenza è un crimine contro l'umanità.

E per non macchiarti di questo crimine, semplicemente per prendere delle posizioni, tu sei stato vittima, chi ti segue lo sa, di vere e proprie campagne di odio mediatico. Vuoi dire qualcosa a riguardo?

Beh, purtroppo è così: qualche anno fa, per dire che bambini nati e cresciuti in Italia da genitori stranieri è giusto che siano italiani, o per parlare dei tanti che muoiono in mare, ho ricevuto minacce di morte per me e per la mia famiglia. Però ci sono realtà che abbiamo il dovere di raccontare, perché ci sono dei macellai in giro per il mondo che ancora continuano a fomentare guerre e girarci dall'altra parte è la cosa peggiore che si possa fare.

Andrea, ti faccio un'ultima domanda prima di salutarci: tu credi che ciò che non ci fa vedere sia indifferenza o, piuttosto, una comoda forma di assuefazione al dolore altrui, alla guerra?

Allora, siamo sicuramente assuefatti, al punto che per cinque anni sono morti bambini in mare senza che ce ne accorgessimo, o meglio, ce ne siamo accorti tardi, come ci siamo accorti tardi del milione di persone che arrivava in Europa dalla guerra siriana; una grande responsabilità, è stato detto oggi, l'hanno avuta i mass media, non tutti certamente, che hanno faticato a raccontare i fatti, e forse ancora adesso noi tutti non li abbiamo raccontati a sufficienza.

Però, e questo è un altro dei temi che ho apprezzato molto, credo che alla base dell'atteggiamento comune ci sia anche la paura: è quella, prima di ogni altro fattore, che ti fa reagire male.

Quando hai paura allontani, scansi, ti copri il volto per evitare di guardare e quando qualcosa che arriva a casa tua ti intimorisce, le reazioni sono di chiusura, come quelle registrate qui e in altri Paesi.

La paura è figlia dell'ignoto e l'unico modo per superarla è la conoscenza di ciò che temiamo. Per questo è importante imparare a raccontarci a vicenda, a conoscerci gli uni con gli altri; solo partendo da qui si può arrivare alla forma migliore di integrazione, intesa come un reciproco arricchimento.

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