Tu sei qui: AttualitàL’altro 2 giugno: la svendita della Repubblica
Inserito da (redazionelda), mercoledì 3 giugno 2020 10:56:39
di Alfonso Minutolo*
Il 2 Giugno è veramente una giornata da ricordare, tuttavia la ricorrenza a cui vorrei fare riferimento non è relativa alla Festa della Repubblica, ma ad un anniversario ben più recente e sotto un certo punto di vista anche più oscuro della nostra storia repubblicana. Mi riferisco ad un evento che risale al 2 Giugno 1992 noto come "Crociera sul Britannia".
In quel particolare giorno, i massimi vertici dell'economia italiana: il Presidente della Banca d'Italia Carlo Azeglio Ciampi, insieme con l'allora Ministro dell'Economia Beniamino Andreatta, il Direttore Generale del Tesoro Mario Draghi, i vertici dell'Eni, dell'IRI, delle grandi banche pubbliche e delle varie aziende e partecipate di Stato, si incontrarono al largo di Civitavecchia su un panfilo di proprietà della Regina Elisabetta denominato "Britannia" dove, accompagnati dall'élite della grande finanza internazionale si riunirono per dare vita al saccheggio dell'economia italiana realizzato attraverso la privatizzazione e la liquidazione a prezzi stracciati, degli immensi patrimoni industriali e bancari della nostra nazione, retaggio di un sistema che aveva contribuito alla rinascita del nostro paese dal dopoguerra fino ad allora.
All'inizio degli anni ‘90 infatti, la quasi totalità del settore bancario e oltre un terzo delle più grandi imprese italiane era ancora in mano pubblica. Con l'avvento della modernità, questo fatto fu visto come un errore di sistema, dal momento in cui si andava via via imponendo in tutto l'Occidente un nuovo dogma: quello del liberismo selvaggio. Agli occhi dei grandi predatori della finanza mondiale, l'Italia appariva come l'eldorado, un'immensa prateria dove cavalcare e razziare quanto più possibile.
Nell'inverno che aveva preceduto quel fatidico 2 Giugno del 1992, mentre tangentopoli colpiva durissimo e si attendevano una serie di referendum abrogativi che tutti sapevano avrebbero spazzato via per sempre la prima Repubblica, nei corridoi di Montecitorio non si sentiva parlare che di "privatizzazioni" e "cartolarizzazioni". Era la panacea di tutti i mali, il sospirato miracolo, il colpo di scena che avrebbe per sempre cambiato le sorti della nazione. I sogni di tutte quelle oligarchie che da decenni bramavano l'accaparramento di tutti i nostri asset strategici diventava realtà e la prospettiva di spogliare la nazione delle sue proprietà era divenuto man mano sempre più reale grazie al concretizzarsi del modello "Eurocentrico" che si contrapponeva a quello "Statocentrico".
Pochi mesi prima della "Crociera sul Britannia" infatti era stato siglato il famigerato trattato di Maastricht, colonna portante dell'Unione Europea, che impegnava l'Italia ad una drastica politica di austerità fiscale e di abbattimento del debito pubblico. Ed è proprio facendo appello alle pressioni europee in tal senso che lo smantellamento dell'apparato industriale e di pianificazione pubblico italiano fu motivato ed approvato.
Vendere, o meglio svendere quel patrimonio, secondo i dettati della teoria economica neoliberista oggi più che mai imperante, avrebbe aiutato a raggiungere tre risultati: riduzione del debito pubblico che ammontava allora a 795 miliardi di euro, rendere più efficienti e competitivi i settori in via di privatizzazione ed aumento l'occupazione.
Al giorno d'oggi, giunti alle porte del trentesimo anniversario da quel tremendo mercato delle vacche, tutti quegli indicatori che spinsero le istituzioni a comportarsi in quel determinato modo sono tutti peggiorati. Il livello di disoccupazione è aumentato a dismisura, sotto il limite della povertà assoluta vivono circa sei milioni di italiani, il debito pubblico non è mai stato così alto e l'estrema competitività ha creato disparità sociali senza precedenti.
Con la svendita del patrimonio pubblico avvenuto negli anni ‘90, si decise di far calare il sipario sul "Trentennio d'oro", quel periodo storico che dagli anni ‘60 aveva caratterizzato il cosiddetto "Miracolo Italiano". A concretizzarlo era stato il modello economico "Keynesiano", basato sull'interventismo economico di Stato, ovverosia ciò che fino a quel momento aveva consentito allo Stato di perseguire politiche di sviluppo industriale, di orientamento dei consumi, di innovazione strategica, di coesione territoriale e di salvaguardia dell'occupazione. In poche parole lo Stato grazie alla spesa pubblica era in grado di sostenere la domanda e di conseguenza perseguire la cosiddetta "Piena occupazione", che in economia indica la condizione in cui tutti i cittadini hanno accesso a tutte le ore di lavoro di cui hanno bisogno con salari equi.
Con le liberalizzazioni e le privatizzazioni si scelse di virare sul modello "Neoclassico" in cui le competenze che furono dello Stato vennero affidate al mercato, con tutte le conseguenze che potete immaginare e che oggi si possono constatare: flessibilità occupazionale esasperata, ingiustizie sociali, salari iniqui, canoni di locazione sproporzionati, estrema competitività, basso livello di qualità della vita. Insomma, si è affermata una società in cui pochi si arricchiscono e molti si impoveriscono.
La parola d'ordine di questi tempi è "Liquidità". Sono pressoché certo che se lo Stato avesse conservato la disponibilità delle proprie aziende, oggi avrebbe certamente avuto più liquidità da dedicare alle fasce di popolazione colpite dall'emergenza del coronavirus; se la spesa pubblica a sostegno della domanda si fosse mantenuta alta avremmo avuto maggiore potere d'acquisto; se si fosse mantenuto l'intervento economico dello Stato a sostegno della piena occupazione, avremmo avuto maggiori possibilità di reggere l'onda d'urto dello shock economico legato alla pandemia. L'assenza di simili condizioni, aggravato dall'impossibilità di poter contare su una valuta sovrana ci hanno spezzato le gambe.
A distanza di quasi trent'anni da quel giorno sono in molti in Italia a discutere sulle responsabilità storiche e sociali di quella svendita e le riflessioni fatte da economisti, politologi, storici e sociologi sono oggi più che mai, grazie ad internet, in condivisione con i cittadini che possono reperire informazioni e studiare testi che illustrano la possibilità di ricreare su quella base, un modello sociale alternativo al neoliberismo. Sarebbe infatti il caso di iniziare a riflettere sull'opportunità di aprire una seria e serena discussione riguardo a quel triste capitolo della storia italiana, valutando l'eventualità di restituire alla nazione e quindi al popolo ciò che è suo, a partire dai monopoli naturali come le autostrade e le reti energetiche che negli anni sono state smantellate e svendute a "prenditori" privi di scrupoli da cui hanno ricavato enormi rendite e profitti a scapito della qualità e dei costi dei servizi, e dunque a scapito di tutta la collettività; fino ad arrivare al primo dei beni pubblici: la moneta.
*attivista politico
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