Tu sei qui: AttualitàIl dovere di impedire il sopravvento dell'oblio
Inserito da (redazionelda), sabato 21 ottobre 2017 08:32:01
di Francesco Criscuolo*
Viviamo in una società che, in ragione di una confusione babelica e di una proliferazione di parole spesso svuotate di senso, pone grossi ostacoli alla ricerca della verità e alimenta la tentazione, sempre più diffusa, di dare un colpo di spugna su tutto il passato, senza lasciarne tracce e in attesa di un futuro che non si sa dove possa condurre.
Le conseguenze dell'appiattimento sul "qui e ora" e dell'assunzione del presente come criterio dominante di vita si riverberano su un mondo quasi sospeso per aria, senza ideali e senza speranza, perché il ricordare, nel senso letterale di riportare al cuore, è un pilastro fondamentale del vivere, anzi, come ammonisce l'illustre filologo Giorgio Pasquali, "ricordare è vivere".
Nessuno può, dunque, sottrarsi al compito di custodire la memoria, perché la storia lascia segni durevoli e incancellabili, che conferiscono una connotazione specifica a ogni persona e danno un'identità naturale a famiglie, popoli, nazioni.
Se ne è mostrato ben convinto il mai abbastanza compianto Costantino Amatruda, storico funzionario del Comune di Minori, che intraprese con tenacia e determinazione,fin dagli anni '50 del secolo scorso, una faticosa ricerca, interrotta per la sua morte prematura e ripresa con altrettanta passione dalla figlia Chiara, docente di latino e greco presso il Liceo Classico di Udine, e dal fratello Salvatore, per porsisulle orme dei resti mortali del padre Alfonso Salvatore, rimasto ucciso dal fuoco amico nel corso di un bombardamento alleato nel febbraio del 1945.
Il loro impegno infaticabile è stato premiato, dopo più di settanta anni, da un esito positivo, in quanto le spoglie del caro congiunto, reperite nel cimitero militare di Amburgo sono state restituite al paese natale e alla famiglia, che ne ha, così, impedito la consegna definitiva all'oblio, salvando dalla dispersione un uomo degno di onore e un capitolo di storia, cui la sua tragica vicenda è emblematicamente legata.
L'urna contenente le ossa di Alfonso Amatruda è rimasta, per un mese, esposta alla visita e alla preghieradei minoresi nella cripta della Basilica di S. Trofimena, quasi a sacralizzarne, come moderno tabernacolo di martirio, la figura accanto a quella della venerata Patrona dei minoresi e a sancirne la realtà, sia pur su versanti diversi, di vittime della crudeltà e della spietatezza degli uomini.
Presso la stessa Basilica, domenica 22 ottobre p.v., in suffragio della sua anima sarà celebrato un solenne rito funebre, che assume, alla stregua delle onoranze tributate nellepoleisdell'antica Grecia ai caduti in guerra e a chiunque avesse immolato la vita per la patria, il valore di una liturgia collettiva atta a cementare, in nome di un sublimante ideale civico ed etico - religioso, i legami che tengono unita una comunità.
È un intero popolo, infatti, che si sente convocato, con la forza compulsiva di una spontanea ecclesia, attorno a un uomo, che, sulla scia dei martiri di Cefalonia e nelle fasi finali di una guerra avviata a un compimento diverso da quello prefigurato da chi nel 1939 l'aveva voluta come sbocco inevitabile del regime totalitario nazifascista, offrì l'estremo sacrificio di sé.
Al di là della suggestione evocativa, viene in rilievo una comunione di intenti, che rappresenta idealmente la sintesi e la testimonianza di tante lacrime che sono state versate, di tante sofferenze che sono state sopportate, di tante grida che hanno lacerato il cielo nel corso di operazioni belliche, che videro alleate nazioni prima contrapposte al prezzo più che disumano di 50 milioni di morti negli stati europei.
Il senso delle innumeri vite spezzate non può essere espresso da nessuna stele, nessun monumento, nessuna targa commemorativa, perché solo la carne di orfani e vedove ne porta le cicatrici.
Alfonso, come ogni padre umile e lavoratore, ha avuto ed ha un'importanza cruciale per i figli e per lo stuolo di nipoti, che ne scandiscono oggi la lezione di libertà e di dignità, nel solco di una mai sopita volontà di riaverlo con sé e al culmine di un ricordo pieno di emozione. Salvatore, unico figlio superstite, e i suoi fratelli hanno sperimentato il peso del distacco dal padre, hanno provato la singolare durezza della sua assenza e hanno anche potuto imparare che un padre muore, ma non si perde. Egli vive finché c'è vita e passione in coloro che ha contribuito a generare con la sua umanità e con l'autenticità dei piccoli e grandi gesti paterni che ha saputo compiere.
Nel 1987, Simone Weil, presidente del parlamento europeo, scoprendo una lapide in onore di alcuni caduti sul lavoro, ebbe a dire: "L'umanità deve potersi ricordare i grandi testimoni della storia, ma anche gli umili, i piccoli, persino le inezie di tutti coloro che, giorno dopo giorno, provano a vivere i valori che forse non hanno appreso, ma che la vita, il cuore, l'intelligenza hanno fatto loro scoprire".
I cittadini minoresi potranno, allora, dedicare la loro attenzione a un uomo che non può essere relegato tra coloro che ingiustamente vengono considerati da una certa sprezzante vulgata inutili o "invisibili", proprio perché le sue azioni si iscrivono totalmente nella vita quotidiana e assurgono a ordinarie e tenaci scelte di bene. Essi, sentendosi, come ha scritto U. Eco a proposito dei facili clamori odierni, "fieri nel riscoprirsi figli di una città senza retorica e senza miti", si stringeranno attorno ai familiari, nel pacato e fermo riconoscimento che gli uomini generosi di sé sono come stoppini che bruciano da ambo i lati, con una luce che rifulge oltre l'arco della loro vita terrena.
*già preside del Liceo "Ercolano Marini" di Amalfi
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